Le origini (1872-1900)

Parte I – Nascita di un’idea: l’Italia e le Alpi nel XIX secolo

1.1 – L’Italia post-unitaria e il contesto geo-militare

La nascita del Corpo degli Alpini è un fatto eminentemente militare, ma le sue radici affondano in un contesto ben più ampio, dove si intrecciano esigenze geopolitiche, spinte patriottiche e considerazioni strategiche di lungo periodo. È l’Italia dell’immediato dopoguerra risorgimentale, fragile nella sua struttura e ancora incerta nella sua identità, a gettare le basi per quella che diventerà una delle specialità militari più iconiche del Paese.

Nel 1861, l’unità nazionale è ancora più una dichiarazione politica che una realtà concreta. L’annessione del Veneto arriverà solo nel 1866, e Roma verrà proclamata capitale del Regno d’Italia nel 1871, dopo la presa della città dalle truppe italiane e la definitiva caduta del potere temporale dei Papi. Il nuovo Stato unitario è dilaniato da enormi differenze economiche e culturali tra nord e sud, e da tensioni sociali che sfoceranno nel brigantaggio e in instabilità croniche. Anche l’apparato militare risente di queste contraddizioni: l’esercito sabaudo viene rapidamente trasformato in Regio Esercito, ma la sua organizzazione resta ancora lontana dagli standard delle grandi potenze europee.

In questo scenario, le Alpi rappresentano sia una barriera naturale sia una minaccia latente. Confinante con l’Impero Austro-Ungarico e con la Francia, l’Italia si ritrova esposta lungo un arco montuoso vasto e difficilmente difendibile con i mezzi tradizionali. L’esperienza della Seconda Guerra d’Indipendenza (1859), combattuta proprio nelle vallate alpine e prealpine del Piemonte e della Lombardia, ha mostrato quanto possa essere arduo proteggere quei confini senza una presenza militare permanente, preparata specificamente alla guerra di montagna.

Gli alti comandi dell’epoca, però, si muovono ancora su modelli ottocenteschi. Le divisioni e i corpi d’armata sono concepiti per battaglie campali su terreni relativamente pianeggianti. L’idea di un corpo militare addestrato a combattere in montagna, formato da uomini che la montagna la vivono quotidianamente, è ancora lontana dal diventare realtà. Eppure, proprio in quegli anni, qualcuno inizia a pensarla con lucidità e lungimiranza.

1.2 – L’intuizione di Giuseppe Domenico Perrucchetti
Giuseppe Domenico Perrucchetti

Tra i padri ideali e operativi del Corpo degli Alpini, spicca senza dubbio la figura di Giuseppe Domenico Perrucchetti. Nato a Cassano d’Adda nel 1839, ingegnere e ufficiale del Regio Esercito, Perrucchetti fu uno di quegli uomini di confine – per formazione, cultura e esperienza – capaci di unire alla pratica militare una solida visione strategica.

Nel 1872 pubblica un saggio destinato a lasciare un’impronta indelebile nella storia militare italiana: Considerazioni sul sistema difensivo delle Alpi. Il testo, all’apparenza tecnico e rivolto a un pubblico ristretto, è in realtà un piccolo manifesto strategico e geopolitico. In esso, Perrucchetti sostiene con fermezza un principio tanto semplice quanto rivoluzionario per l’epoca:

Le montagne si difendono con gente che le conosce, che le vive, che vi è nata.

Secondo Perrucchetti, le truppe regolari non possono essere impiegate efficacemente in ambiente alpino. Le marce forzate, la scarsità di risorse, le temperature estreme, i dislivelli impossibili da attraversare con i mezzi pesanti: tutti questi fattori rendono inadeguato il modello tradizionale di esercito. La soluzione è creare compagnie composte da abitanti delle vallate alpine, dotati non solo della forza fisica necessaria, ma anche di un sapere tacito legato al territorio: conoscenza dei sentieri, del meteo, delle rocce, delle stagioni, della neve.

Non meno importante, nel pensiero di Perrucchetti, è l’aspetto morale e patriottico: gli abitanti delle Alpi, spesso ai margini della vita politica nazionale, possono trovare nell’arruolamento negli Alpini un modo per sentirsi parte attiva del nuovo Stato unitario. L’alpino, dunque, non è solo un soldato di montagna: è il custode dei confini e della patria.

Cesare Francesco Ricotti-Magnani

Questo pensiero viene accolto con favore da alcuni ambienti progressisti del Regio Esercito, in particolare dal Ministro della Guerra Cesare Francesco Ricotti-Magnani, che già si era distinto per riforme innovative in ambito logistico e organizzativo.

1.3 – Il Regio Decreto del 15 ottobre 1872: nasce il Corpo degli Alpini

Il 15 ottobre 1872, con un atto apparentemente tecnico ma destinato a fare la storia, il Regio Decreto n. 1056 sancisce ufficialmente la costituzione del Corpo degli Alpini. Inizialmente, il corpo viene articolato in 15 compagnie, distribuite lungo le zone montane più sensibili dell’arco alpino.

Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia

Le sedi di queste compagnie riflettono fedelmente il principio territoriale promosso da Perrucchetti. Ogni compagnia viene reclutata tra gli uomini nati e residenti in specifiche vallate alpine, garantendo così un legame profondo tra il soldato e il territorio da difendere.

Le prime quindici compagnie alpine
Distretto di formazione Numerazione e dislocazione delle compagnie Mandamenti di reclutamento
Cuneo 1ª Borgo San Dalmazzo Tenda
Limone
Roccavione
2ª Demonte Vinadio
Demonte
3ª Venasca Venasca
Sampeyre
4ª Luserna San Giovanni Luserna San Giovanni
Torre Pellice
Torino




5ª Fenestrelle Fenestrelle
Perosa
Perrero
6ª Oulx Cesana
Oulx
7ª Susa Susa
Bussoleno
Condove
8ª Aosta Morgex
Gignod
Aosta
Quart
9ª Bard Châtillon
Verres
Donnaz
Settimo Vittone
Vico
Novara 10ª Domodossola Crodo
Domodossola
Como

11ª Chiavenna Morbegno
Traona
Chiavenna
12ª Sondrio Sondrio
Ponte in Valtellina
Tirano
Grosotto
Bormio
Brescia 13ª Edolo Edolo
Treviso 14ª Pieve di Cadore Pieve di Cadore
Udine 15ª Tolmezzo Moggio
Ampezzo

L’organico previsto è di circa 400 uomini per compagnia, tra ufficiali, sottufficiali e truppa. Si tratta, inizialmente, di un corpo leggero, con compiti principalmente difensivi e di presidio. Ma già da subito emerge una forte identità di corpo: l’alpino viene addestrato a resistere, a marciare per ore in salita con carichi pesanti, a combattere in condizioni proibitive.

L’uniforme iniziale è semplice ma funzionale: giubba grigio-verde, pantaloni larghi, ghette nere e cappello con la penna nera, che diventerà il simbolo stesso del Corpo. L’armamento, all’epoca, consiste nel fucile Vetterli modello 1870, arma moderna per l’epoca, con un’elevata precisione a lunga distanza.

📌 Nota d’archivio: il Vetterli veniva considerato uno dei migliori fucili a retrocarica del suo tempo, anche se con un caricatore a colpo singolo nella sua prima versione. La versione a ripetizione verrà adottata negli anni successivi.

1.4 – Reclutamento e addestramento: la montagna come scuola

L’aspetto forse più innovativo del Corpo degli Alpini rispetto al resto del Regio Esercito sta nel modello di reclutamento e addestramento. Ogni compagnia alpina trae la sua forza da una popolazione già temprata dalla montagna: boscaioli, contadini, pastori, mulattieri, guide alpine. Gli ufficiali, inizialmente, sono formati nelle accademie regolari, ma spesso vengono selezionati anche in base alla loro familiarità con l’ambiente alpino.

L’addestramento si concentra fin dall’inizio su:

  • Camminate e marce in quota
  • Tecniche di orientamento e sopravvivenza
  • Uso del fucile in condizioni estreme
  • Costruzione di ricoveri d’emergenza in alta montagna
  • Sci e racchette da neve (in fase sperimentale)

Nei mesi estivi, le compagnie partecipano a lunghe manovre alpine, attraversando valli e creste, esercitandosi in tiro, combattimento ravvicinato e posizionamento di batterie. Nei mesi invernali, laddove possibile, si effettuano addestramenti su neve e ghiaccio, precorrendo quello che, solo molti anni dopo, diventerà l’addestramento alpino moderno.

L’alpino si distingue subito per resistenza, adattabilità e spirito di corpo. Nasce in questi anni il mito del soldato silenzioso e generoso, che condivide il poco che ha, che conosce la fatica, ma non si lamenta mai.

🎶 Curiosità: i primi canti alpini sono spesso nati durante le marce di addestramento. “Sul cappello che noi portiamo” risale, secondo alcune fonti, proprio agli anni Ottanta del XIX secolo.

Parte II – I primi sviluppi, l’identità di corpo, il mito che nasce

1.5 – L’evoluzione organizzativa: dalla compagnia al battaglione

Nei primi anni dopo la fondazione, il Corpo degli Alpini dimostra un’efficacia e una coesione tali da attirare rapidamente l’attenzione dello Stato Maggiore. Se in origine le compagnie operavano in modo relativamente autonomo, già entro la fine del decennio si avverte la necessità di unificare, standardizzare e rendere più efficiente la catena di comando.

Nel 1882, appena dieci anni dopo l’istituzione del Corpo, si procede alla costituzione dei Battaglioni Alpini, ciascuno formato da tre o più compagnie. L’organizzazione diventa più strutturata, prevedendo la presenza di un comando battaglione, ufficiali superiori, personale logistico e sanitario. Ogni battaglione continua a essere legato a un territorio specifico, il che consente di mantenere viva la vocazione “locale” degli Alpini.

Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, vengono inoltre creati i Reggimenti Alpini, che raggruppano più battaglioni. Nascono così le prime grandi unità alpine, come il 1º Reggimento Alpini di Cuneo e il 3º Reggimento di Pinerolo, che faranno la storia nelle guerre del Novecento.

🗂 Nota storica: la numerazione dei battaglioni richiama spesso la località di provenienza – come il “Tirano”, l’“Edolo”, il “Gemona”, il “Tolmezzo” – una tradizione che si manterrà fino ai giorni nostri, rafforzando l’identità territoriale.

La crescita strutturale del Corpo è accompagnata da un miglioramento delle dottrine operative. La guerra in montagna inizia a essere studiata in modo sistematico. Nascono i primi manuali tecnici interni, vengono inviate delegazioni ad osservare le truppe alpine di altri paesi (in particolare Svizzera e Francia), e si avvia una riflessione concreta sulla necessità di integrare l’artiglieria leggera all’interno delle unità alpine, per garantire supporto tattico in ambienti difficilmente accessibili ai cannoni tradizionali.

1.6 – Addestramento e manovre: la montagna come campo di battaglia

Negli anni tra il 1880 e il 1900, gli Alpini partecipano con sempre maggiore frequenza a grandi manovre militari organizzate nelle zone alpine. Queste esercitazioni, che coinvolgono centinaia di uomini e durano anche più settimane, servono non solo a testare le capacità operative dei reparti, ma anche a sperimentare nuove tecniche logistiche e tattiche in ambiente montano.

Luoghi come il Moncenisio, il Monte Baldo, l’Adamello, il Tonale, il Pasubio e il Monte Cristallo diventano veri e propri laboratori militari. Si testano:

  • modalità di trasporto del materiale bellico su sentieri stretti e innevati
  • accampamenti di fortuna in quota
  • comunicazioni a distanza con bandiere e segnali luminosi
  • tecniche di sopravvivenza e soccorso in caso di valanghe
  • manovre notturne e in condizioni meteorologiche estreme

Gli ufficiali più capaci emergono in queste occasioni: uomini come il tenente colonnello Antonio Cantore, destinato a diventare uno dei miti della Grande Guerra, si formano proprio in questi anni. Parallelamente, si rafforza la collaborazione con le guide alpine civili, chiamate a fornire supporto tecnico durante le esercitazioni. È anche attraverso questi contatti che le competenze dell’alpino si raffinano, avvicinandosi a quella figura mista di soldato e alpinista che caratterizzerà il Corpo negli anni a venire.

1.7 – I primi impieghi operativi: non solo guerra

Sebbene gli Alpini nascano per difendere le frontiere alpine italiane, già nel XIX secolo si trovano coinvolti in alcune azioni militari e civili reali, che mettono alla prova la loro versatilità.

➤ Interventi in caso di calamità

Già negli anni Ottanta si registrano numerosi interventi degli Alpini in caso di frane, valanghe, alluvioni, incendi boschivi. Queste operazioni, sebbene non belliche, contribuiscono a costruire l’immagine dell’alpino come difensore della popolazione, un soldato che non protegge solo i confini ma anche le comunità.

  • 1885: intervento in Valtellina per una frana che minaccia il paese di Bormio.
  • 1890: assistenza alle popolazioni isolate nel Bellunese dopo un inverno particolarmente rigido.
  • 1895: partecipazione al soccorso delle vittime di una valanga a Gressoney.

L’efficacia di queste operazioni è tale che in alcune vallate si diffonde l’uso del termine “andare dagli alpini” come sinonimo di chiedere aiuto.

➤ Campagne coloniali: il caso dell’Eritrea

Nel 1887, a seguito della sconfitta italiana a Dogali in Eritrea, viene deciso l’invio di un piccolo contingente alpino in Africa orientale. Si tratta di una missione sperimentale, motivata più da esigenze propagandistiche che da reali necessità operative. Gli Alpini vengono schierati nel Massiccio dell’Hamasien, dove il terreno roccioso e i pendii aspri ricordano vagamente le montagne italiane.

L’esperienza, per quanto breve, si rivela significativa. Gli Alpini dimostrano una capacità di adattamento superiore alla media, soprattutto in termini di logistica e resistenza fisica. Ma il clima e le malattie tropicali mietono più vittime dei nemici, e il ritorno in patria viene accolto con sentimenti misti. Tuttavia, l’impiego in Eritrea contribuisce a consolidare l’idea che gli Alpini possano operare anche oltre i confini montani, purché adeguatamente preparati.

1.8 – Simboli, cultura e mito dell’alpino

A fine Ottocento, il Corpo degli Alpini è ormai molto più di un corpo militare: è una comunità con un’identità propria, un insieme di valori, simboli, riti e tradizioni che lo distinguono dal resto dell’Esercito.

➤ Il cappello con la penna

È in questi anni che il cappello alpino diventa simbolo universale dell’alpino. Inizialmente adottato per motivi pratici (protezione dal sole e dalla neve, riconoscibilità), il cappello viene presto personalizzato:

  • Penna nera per la truppa
  • Penna bianca per gli ufficiali
  • Rosetta colorata a seconda del battaglione
  • Fregio con la stella a cinque punte

Il cappello diventa un elemento identitario: portarlo significa appartenere a una famiglia, aver superato prove fisiche e morali, condividere valori profondi.

➤ Canti e leggende

In assenza di radio, musica o passatempi moderni, gli Alpini iniziano a cantare. Nascono in questi anni alcuni dei canti alpini più antichi:

  • “Il Testamento del Capitano”
  • “Ta-pum”
  • “La Montanara”

I canti parlano di marce, di amore lontano, di montagne innevate e di sacrifici. Sono strumenti di coesione, ma anche espressione di umanità, nostalgia e fratellanza. Allo stesso tempo, si sviluppa un ricco corpus di aneddoti, leggende e soprannomi: ogni compagnia ha la sua mascotte, ogni battaglione il suo soprannome, ogni ufficiale una reputazione che corre di bocca in bocca.

1.9 – Conclusione: un’identità forgiata nella roccia

A cavallo tra Otto e Novecento, il Corpo degli Alpini si presenta come una forza armata d’élite dal punto di vista operativo, ma anche come una comunità portatrice di valori e cultura. Gli alpini sono ammirati, rispettati e riconosciuti sia dall’opinione pubblica sia dalle autorità militari. Il loro motto non è ancora codificato, ma è già vivo nella prassi:

Dove gli altri non arrivano, lì arrivano gli Alpini.

Questa identità forte e coesa sarà la chiave della resilienza che il Corpo dimostrerà di lì a pochi anni, quando le montagne diventeranno campo di battaglia nella Grande Guerra. Il periodo storico della fondazione e consolidamento del Corpo si chiude con un esercito che ha saputo creare un corpo su misura per le Alpi e, nel farlo, ha creato un modello umano e militare senza pari.